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NON BASTA DRAGHI PER LA RIPRESA

Con lo spread sotto quota 90 tornato ai livelli pre 2008, con l’euro ormai alla pari con il dollaro e con la liquidità in circolazione in dosi massicce, ora non ci sono più alibi. Se nonostante la cura straordinaria imposta da Draghi all’Europa la nostra economia non dovesse spiccare il volo, allora significherebbe che la colpa della crisi non sta a Berlino o a Bruxelles ma è la politica nazionale a mancare all’appello.

Proprio quella politica che torna a perdersi dietro a Berlusconi, a cosa farà Verdini, a chissà se Fitto rompe, a Salvini contro Tosi e Bersani contro Renzi che però dialoga con i penstellati. Quella della Seconda Repubblica che sarà inesorabilmente spazzata via se il vento della ripresa dovesse soffiare solo a forza “zero virgola”, come purtroppo tutte le previsioni ipotizzano. E chi ha mai visto una congiuntura che offre contemporaneamente tassi bassi, cambio favorevole, energia a buon mercato, leva monetaria azionata verso l’espansione e banche strapiene di liquidità? Condizioni simili non si sono mai verificate. Eppure, i segnali di ripresa – che pure ci sono – non appaiono significativi. Tanto che a gennaio la produzione industriale è calata sia su base mensile (-0,7%) che annuale (-2,2%).

La verità è che l’intervento straordinario della Bce e la fiducia che Draghi si sforza di avere per valorizzare le sue scelte coraggiose, non bastano. D’altra parte il presidente della banca centrale l’ha sempre detto: dopo il quantitative easing, la palla passa ai governi, la Bce più di così non può fare. E nel caso italiano, cosa dovrebbe fare il governo oltre a quello che ha già fatto? Rimettere in moto gli investimenti e, di conseguenza, i consumi. Come? Con un taglio netto del carico fiscale per stimolare gli investimenti privati e con un piano di investimenti pubblici coerenti con un disegno di politica industriale per rinnovare il parco produttivo manifatturiero. Peccato che una tale politica, per essere efficace, costi molte decine di miliardi. Si può fare con i vincoli europei cogenti? Sì, se si propone all’Europa un patto per lo sviluppo in cui da un lato si chiede flessibilità sul deficit corrente, e dall’altro gli si offrono due compensazioni di non poco conto come una dialisi della spesa (giù quella corrente, su quella in conto capitale) e un taglio una tantum del debito usando il patrimonio pubblico. Una politica di coraggio e lungimiranza, dove si chiede allo Stato dimagrito e modernizzato di aiutare il capitalismo a fare sviluppo e occupazione. Insomma, quella politica che manca da più di due decenni.

Renzi non ha ancora convinto di essere l'uomo capace di montare il nuovo, pur nella clamorosa (e pericolosa) mancanza di alternative. Le riforme istituzionali che ha proposto, nel migliore dei casi sono fragili, nel peggiore sbagliate. Le scelte economiche che ha fatto accoppiano un sano vitalismo ad una concezione che non aiuta a incamminarsi sulla via della modernizzazione. Per di più, il quadro intorno a lui si colora di scuro. Non tanto per i problemi interni al Pd e per la crisi violenta che lacera Forza Italia quanto per il mutato contesto europeo. Perché la Bce che compra debito pubblico dei singoli paesi prefigura vincoli inediti. Che o si è in grado di rispettare o si è out.

Urge, dunque, un’analisi meno da retrobottega del quadro nel quale ci si muove. E la capacità, questa volta non solo mediatica, di riproporre al Paese una nuova strategia di governo. Lo spazio per un vero colpo di reni, che spiazzi tutti, c’è. E Renzi, piaccia o non piaccia, è l’unico che potrebbe produrlo. Ma deve convincersene. E deve mettersi a studiare seriamente, se vuole evitare il vitalismo fine a se stesso. Altrimenti sarà peggio per lui. E per tutto il Paese.

 

 

Addì, 14 marzo 2015

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